La medicina generale dice no alla dipendenza.

data inserimento 15-07-2020 wm

Scotti: "Il problema è la governance non l'autonomia professionale".
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Offriamo ai nostri lettori l'intervista del nostro Segretario Nazionale sull'ultimo numero di AboutPharma:  un attacco a testa bassa al  sistema manageriale, una riflessione a 360° su nuove tecnologie, carenze organiche e nuovi  modelli organizzativi.

La medicina generale non ci sta. Covid o non Covid, per il maggiore sindacato dei camici bianchi italiani - la Fimmg - i problemi del territorio non si risolvono rendendo i mg dipendenti diretti del Ssn ma con una revisione del loro modello contrattuale (la Convenzione) legata a obiettivi di salute programmati, misurabili e condivisi con i manager pubblici. I quali però sono tacciati quantomeno di un’incompetenza a 360° che ha fatto danni pure nella fase di emergenza. Nell’intervista che segue il segretario nazionale Silvestro Scotti – che ricopre anche la carica di presidente dell’Ordine dei medici, chirurghi e odontoiatri di Napoli – attacca a testa bassa, ripercorrendo questioni antiche e mai risolte, aggravate prospetticamente dalla carenza di personale, non necessariamente sanate dalla rivoluzione digitale in atto e dall’apporto degli infermieri di famiglia. Anzi.

La crisi pandemica ha messo in evidenza ancora di più il difficile coordinamento tra ospedale e assistenza territoriale. Le responsabilità, per definizione, vanno condivise. Cominciamo?

Qui c’è un problema di governance, più che di modelli di assistenza. Chi dovrebbe assicurarla trova più comodo sostenere che c’è un’area autoreferenziale della medicina generale che rende difficile la gestione a causa della propria autonomia. Non si dice però che proprio quell’autonomia garantisce il rapporto fiduciario con il paziente: non capisco se il coordinamento e la rete territorio-ospedale vuole valorizzare il vantaggio dato da tale rapporto oppure no. Sia chiaro che se si trasforma il modello contrattuale della medicina generale quel modello si perde. E con quello anche la possibilità della personalizzazione delle cure, che dovrebbe essere tipica dell’assistenza territoriale, andando verso la loro standardizzazione.

Non crede che ci possano essere cittadini che si sentano rassicurati da un modello che riporta la medicina generale nella dipendenza pubblica?

Apparentemente. Quando poi vai a descrivere quel modello rispetto alle caratteristiche dei territori ti accorgi che ottieni risultati esattamente contrari a quelli che vuoi ottenere. La discussione sulla medicina generale assimilata alla dipendenza comincia con le Utap (forme associative della medicina generale concepite a partire dall’accordo convenzionale del 2001). I manager della sanità le avevano immaginate avendo sempre maneggiato un sistema di dipendenza senza avere la minima idea di come funzionasse uno libero professionale seppur convenzionato. Le Utap calcolate come sistema che doveva trasportare verso la dipendenza la medicina generale, per rendere compatibile il modello con il livello di investimento che si ipotizzava, portavano a un rapporto tra medici e pazienti di uno a 5-6 mila. Se qualcuno oggi mi dimostra che si riesce a mantenere un rapporto fiduciario con numeri di questo tipo io dico che ha ragione a volere la dipendenza. In alcune esperienze regionali la medicina generale si sta configurando come un sistema di filtro alla medicina specialistica che è qualcosa di diverso. Ma il Ssn ne perde in efficienza, perde quel rapporto continuato che permette in molte realtà di salvare la vita alle persone. Io non dico che il medico di famiglia sia un medico più competente, ma è più prossimale di uno specialista. Di fatto il paziente lo rintraccia a chiamata e rapidamente si riesce insieme a rilevare variazioni di salute rispetto alla sola osservazione, indipendentemente dalla poca o tanta capacità professionale. E l’osservazione resta una parte fondamentale delle cure primarie: in epoca di Covid stiamo cercando di sopperire alla selezione degli accessi con la dinamica a distanza.

A proposito di rapporto fiduciario. Il tempo di cura all’interno dello studio del mg è forzatamente ridotto. Sarà anche una vecchia polemica ma ha un suo fondamento…

Il tempo di cura non si può misurare sulla singola visita ma sul lungo periodo. Mi chiedo allora come funzionerebbe se ci fossero 5-6 mila pazienti per medico come in Portogallo o in Turchia dove i generalisti sono dipendenti.

Parliamo di soluzioni, allora…

Il management dovrebbe dare indicazioni, soprattutto il middle management che però non ne ha le capacità. Sulla convenzionata ha fallito miseramente. Ogni volta che ci confrontiamo con la Sisac (l’agenzia trattante i rinnovi contrattuali per conto delle strutture sanitarie regionali, n.d.r) continuamente ci imbattiamo in chi vuole inserire nei contratti modelli tipici della dipendenza senza avere potere autoritativo nei confronti dei medici convenzionati. Dovrebbero almeno agire sul piano motivazionale che non è solo economico. Invece deprimono la nostra capacità di cura imponendo piani terapeutici e riducendo l’appeal professionale rispetto a quello dello specialista. Cosa succede il giorno che diventiamo dipendenti? Potremo prescrivere tutto? E perché? A garanzia di chi?

Di quali modelli motivazionali parla?

Nella contrattualità della dipendenza negli ultimi anni ne sono stati proposti due legati a una possibile evoluzione di carriera (che noi non abbiamo). Una è quello di progredire dentro una struttura sanitaria (semplice, complessa). L’altra era legata all’individuazione del cosiddetto professional: un medico di grande capacità professionale che poteva ottenere riconoscimenti economici, prescindendo dal fatto che ricoprisse una carica gerarchica. In Italia ce ne sono pochissimi.

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